Speciale Natale 2019

Critica

Lucio Diodati di Vittorio Sgarbi

I paesaggi umani di Lucio Diodati rivelano radici profonde nelle correnti artistiche che si sono succedute nella prima metà dello scorso secolo. Non è comunque facile precisare la collocazione di questo artista, che pure è pervenuto a una personale sintesi di quelle lezioni. Il suo modo di narrare e trasfigurare la figura umana, parla il linguaggio di riferimento del tardo espressionismo, quantomeno dove egli si esprime con accenni di ironia critica, e forse persino di divertimento, nella trasmutazione delle figure rappresentate.

 La sua visione è fortemente soggettiva e penetra all’interno dei visi, oltre gli sguardi, a scrutare una realtà di cui sembra prendersi gioco. Superando il realismo sociale, che nel ventennio dagli anni Cinquanta ai Settanta faceva il contropelo al perbenismo della borghesia, egli immette i suoi personaggi in una scenografia neutrale. Le sue figure sembrano condividere un rituale collettivo, ma fra di loro non dialogano, non si guardano mai in faccia, tutt’al più mettono in mostra, una di fianco all’altra, la loro personale mascheratura che rivela un’appartenenza sociale, se non l’essenza nascosta di una psicologia che si limita a prendere atto dell’esistere, senza turbamenti. O forse queste figure sono solo attente a dare di sé un’immagine liscia e composta di sicurezza. Del tutto personalissimo è questo modo di esporre, in primi piani e senza sfondo, la vita di creature non parlanti, e probabilmente anche un poco limitate nel sentire. Sono borghesi asettici dal lungo collo teso in atteggiamento di ascolto curioso, garbati carabinieri un poco guardinghi, cappellini bizzarri che la dicono lunga sulle riflessioni delle signore che li indossano, giovani scollature un poco azzardate di una femminilità esibita con una garbata innocenza.

La qualità della pittura gioca su tagli volutamente atonali, ma ad un esame più approfondito si possono cogliere i toni, i controtoni, le ombre di contrasto e la vivacità del taglio coloristico che caratterizza la struttura sostanzialmente scenografica dell’insieme, sempre illuminato da una luce diretta e solare. Lucio Diodati tende a occupare lo spazio della tela con la pienezza delle volumetrie cromatiche, che delineano sinteticamente i corpi in tasselli geometrici di taglio quasi cubista. Alle spalle dei suoi personaggi lo spazio è vuoto, salvo alludere a una linea di orizzonte marino, o a quinte di colore modulate in stesure astratte. Questi fondi non decodificabili sono funzionali all’accentuazione dell’espressività stuporosa delle figure umane, che sembrano attendere, non solo con gli occhi ma anche con tutto il busto – le gambe non appaiono mai, come in un’inquadratura fotografica a distanza ravvicinata – un suggerimento da qualche misterioso interlocutore. In questi lavori si avverte la necessità di un’affermazione sulla pittura come gusto teatrale dell’immagine, dove una calda ironia tempera, persino con dolcezza, il gioco delle apparenze sospeso sul filo della problematica sociale. C’è anche un certo gusto realista del particolare, sia nell’accentuazione delle anatomie, che nell’accurata ricostruzione degli abbigliamenti e degli accessori.

La riconoscibilità della situazione evita tuttavia le implicazioni narrative, e l’insieme di questi teatrini lascia volutamente in sospeso le possibili domande sulle intenzioni del loro autore. Diodati non pare affatto disposto a enunciare qualche fumoso intendimento etico dietro le trame di queste sue scene di vita, avendo evidentemente scelto di porgere solo l’evidenza delle sue capacità descrittive. Ne prendiamo atto con apprezzamento.

 

Lucio Diodati di Francesca Londino

Le storie pittoriche di Lucio Diodati, costruite come una sorta di “divertissement” scenico, emergono con tutta la loro esuberante limpidezza, l'ispirazione poetica, le cromie calde ed avvolgenti.
I personaggi femminili, che Diodati elegge a protagoniste delle sue storie, sono colti con una vivacità  di gesti e di atteggiamenti, che arrivano alla posa bizzarra e alla espressione ironica, quasi caricaturale, che accentua il carattere  brioso e narrativo delle opere.
Come in una fiaba dai mille colori, dai contorni di sogno, ma legata da saldi fili al reale, lo sguardo si perde nell'intensità dell' azzurro, nella profondità del  rosso, nelle digradanti sfumature dell'ocra.
Cromatismi di ottimismo, nel respiro di un  tempo senza tempo, che, sotto la parvenza favolistica, spingono la mente a ricercare un'intima correlazione tra pittura e poesia, una  correlazione in cui le arti si fondono per mostrare un artista che, tra le nebbie del reale, tenta di svelare l’enigma  della femminilità.
La sceneggiatura che l'artista ci presenta è quella di un sipario figurato, calato su una realtà sognata, nella quale figure femminili, con sguardi  rapiti dalle luci di una sensualità mediterranea, assorbono lo spazio, assurgendo al rango di “prime donne” sulla scena. Solari, buffe, ingenuamente maliziose, assorte in un loro stupore psicologico, riprese nel divenire di molteplici punti d’osservazione e di luce, mentre si muovono su scene fittizie, così  ci appaiono le figure femminili di Diodati, donne semplici, ma capaci di soggiogare  le cose soltanto con l'assoluta innocenza di esistere.
A volte l'artista immerge in questo suo palcoscenico pittorico  alcune bizzarre "comparse": sono quasi sempre figure maschili che  si concretizzano in soggetti fantastici, come quella di un burlesco domatore, o quella di un  carabiniere dai baffetti impomatati, o di un gentlemen distratto, o di un enigmatico ed ammiccante Arlecchino.
Come un narratore di sogni sereni, Diodati ci propone una sorta di  fuga dal presente, per immergerci in atmosfere, tinte da un delicatissimo tocco di orientalismo, che ci ricordano la maestosità della favola infantile, all’ombra delle riflessioni sulla vita.

Lucio Diodati di Leo Strozzieri

Tema dominante, direi esclusivo della sua pittura, la figura femminile trattata con un chiarismo di grande letizia e fascino, con una predilezione per la sintesi grafica e contestualmente tinte cromatiche atonali. Evidenti le reminiscenze culturali della recente storia dell’arte contemporanea che vanno da certe declinazioni dell’espressionismo ed ancor più del cubismo alla grande lezione di un Modigliani nei tratti caratteristici dei colli allungati. La donna è raffigurata per lo più in posizione di incantamento, di ascolto quasi di misteriose voci, di rivelazioni dall’alto ad indicare, insieme all’altra fondamentale proposizione della sua pittura, ovvero la luce, un processo di smaterializzazione della medesima, in dialettica opposizione agli orizzonti erotici che quotidianamente nella società contemporanea circondano la figura femminile sui mass media.
Senz’altro la sua pittura è specchio della sua anima; chi abbia la fortuna di conoscere personalmente il maestro abruzzese può testimoniare la giustezza di questa lettura quasi autobiografica dei suoi dipinti.
Tornando al colore tipicamente luminoso, solare, mediterraneo in grado di ribadire la ricchezza della sua sensibilità, è un continuo rapportarsi alla trasfigurazione dei personaggi che mai sono intenti alla distrazione di un colloquio e meno che meno di un chiacchiericcio. Sono scene collettive femminili che a me evocano le assorte teorie dei personaggi del Beato Angelico.